Ceramica invetriata

 

ceramica invetriata

Ceramica invetriata. Fota da archeoadria.eu

 

L’invetriatura è una tecnica applicata ai manufatti ceramici con caratteristiche funzionali diverse (vasi da mensa e contenitori per derrate, lucerne) e prodotti tra l’età ellenistica e l’Altomedioevo.

L’invetriatura è un rivestimento impermeabilizzante che, a seguito della cottura, assume un aspetto vetroso. Esso si ottiene mediante una sorta di “vernice” a base silicica, contenente cioè quarzo (disponibile, ad esempio, attraverso la sabbia). Al quarzo (ad esempio alla soluzione sabbiosa) si mescolava una serie di fondenti, cioè di componenti minerali che abbassavano il punto di fusione del quarzo.

Il fondente utilizzato per la ceramica invetriata romana è costituito di solito da ossidi di piombo (vetrina piombifera). Di regola è trasparente, ma talvolta alla vetrina vengono aggiunti dei pigmenti: l’ossido di ferro (per ottenere una colorazione rossa o bruna) o l’ossido di rame (per ottenere il blu o il verde).

Distinguiamo:

Vetrina in monocoltura su manufatto crudo. La vetrina penetra nel manufatto crudo ed essiccato e quando la temperatura aumenta si forma uno strato intermedio detto “interfaccia”. Difetti sono:

  • microfessurazioni superficiali (cavilli e scaglie)
  • “bollosità” all’interno o che, se affiorano, scoppiano rilasciando anidride carbonica e lasciano minuscoli crateri.
  • devetrificazione, un processo che provoca la la comparsa di una miriade di cristalli che rendono opaca la vetrina. Ciò avviene in fase di raffreddamento  e se uno o più componenti della vetrina si separano dalla massa fusa e cristallizzano. Ciò può avvenire anche col trascorrere del tempo e nella vetrina su biscotto.

Vetrina su biscotto (manufatto senza rivestimento che ha già subito una prima cottura). La miscela piombifera è diluita in acqua, ma deve comunque rimanere densa e viscosa, e uniformemente applicata al biscotto, precedentemente pulito da eventuali residui di polvere,  per immersione parziale o totale, per aspersione o a pennellatura. Essendo poroso, il biscotto assorbe facilmente l’acqua della miscela e la cottura permette un’adesione permanente di quest’ultima e la sua vetrificazione. I vantaggi della doppia cottura sono:

  • accrescimento della lucentezza e trasparenza della vetrina
  • eliminazione di difetti, es. le “bollosità” diminuiscono in numero e volume.

Vetrina su biscotto ingobbiato. Il manufatto allo stato crudo è ricoperto da ingobbio (biscotto ingobbiato), poi è coperto con la vetrina e sottoposto alla seconda cottura (biscotto ingabbiato invetriato). La vetrina può ricoprire l’interno, mentre la superficie esterna resta parzialmente o totalmente nuda, spesso con gocciolature sia di ingobbio sia di vetrina. Distinguiamo:

  • ceramica ingobbiata monocroma – semplice copertura con la vetrina
  • ceramica ingobbiata dipinta – pittura di motivi ornamentali a pennello. La decorazione dipinta può essere eseguita sia prima, sia dopo.
  • ceramica ingobbiata graffita – graffire motivi ornamentali attraverso l’ingobbio e portare allo scoperto l’argilla sottostante, nei punti in corrispodenza dei motivi, con una punta metallica, uno scalpello o una spatola. La decorazione graffita, quindi, è eseguita sull’ingobbio prima della cottura a biscotto.

Vetrina su ceramica da fuoco (XIII secolo). La vetrina è applicata solo sull’interno della parete, e talvolta sul boro esterno dell’imboccatura, in maniera irregolare e sbrigativa. Può essere applicato sul manufatto crudo o sopra il biscotto. Comune la formazione di numerosi cavilli

Vetrina al quarzo. Rivestimento che per le sue qualità chimico-fisiche, grazie alla presenza nella vetrina piombifera di numerosi granuli di quarzo, si presenta opaco, biancastro, quasi lattiginoso. Le maggiori testimonianze sono fornite da ceramiche islamiche ritrovate in Oriente (Iran e Egitto) e in Sicilia. non sappiamo ancora se sia una vera e propria tecnica, oppure il frutto di un errata preparazione dei componenti base della miscela (es. macinazione grossolana del quarzo).

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Le modalità della cottura determinano la vetrificazione della vernice e possono influenzare la tinta finale, che nella prima e media età imperiale varia dal verde al giallo, mentre in età tardoantica tende al verde scuro (verde oliva). La vetrina che ne risulta sarà lucida e trasparente (anche se colorata).

I vasi ricoperti da invetriatura possono essere decorati a rilievo, ottenuto sia tramite matrice, sia tramite decorazioni alla barbotine (la decorazione veniva eseguita prima di dare la vetrina).

Non esiste ancora una classificazione delle forme, se non relativa ai singoli scavi, né è stata ancora individuata alcuna officina.

 

Cronologia e area di produzione.

Asia Minore e Alessandria d’Egitto (dalla tarda età ellenistica).

La produzione di vasi da mensa invetriati e decorati a rilievo inizia in Asia Minore (Pergamo e Smirne) e ad Alessandria d’Egitto nella tarda età ellenistica, come imitazione economica del vasellame in argento.

Italia settentrionale (I-II secolo d.C.).

Nel corso del I sec. d.C. le importazioni di ceramica invetriata orientale in Italia danno vita a imitazioni locali, in particolare nel Nord Italia. La ceramica invetriata fabbricata in area padana presenta forme e decorazioni comuni ad altre classi ceramiche coeve (terra sigillata italica e pareti sottili), con motivi a rilievo (prevalentemente vegetali) eseguiti a matrice o, più spesso, alla barbotine. La vetrina è per lo più di colore verde-giallo. In Italia settentrionale la produzione di ceramica invetriata sembra esaurirsi agli inizi del II sec. d.C.

Area campano-laziale (II-II secolo d.C.).

È stata rilevata l’esistenza di una produzione di ceramica invetriata in area campano-laziale tra il II e il III sec. Si tratta sia di vasi di mensa, le cui forme sono analoghe a quelle delle sigillate e delle pareti sottili, sia di contenitori, come olle e brocche, del tutto simili alle forme della ceramica comune, ma anche di lucerne e persino di statuette. Questa produzione è caratterizzata da una vetrina verde oliva o giallo-bruna, trasparente.

fine III-IV secolo d.C.

In questa fase la vetrina tende a diventare più spessa e coprente. Accanto ai recipienti di uso domestico (olle e brocche) sono attestati anche esemplari di maggiore ricercatezza, come dimostra anche il frequente uso di decorazioni sia di carattere ornamentale, sia figurative (maschere, gorgoneia, figure di divinità).

Parallelamente comincia ad apparire anche un tipo di vetrina molto spessa e molto coprente, di colore scuro, particolarmente ricca di piombo (fino al 70%): è la cosiddetta “vetrina pesante”, che sarà poi tipica dell’invetriata altomedievale.

ceramica a vetrina pesante

Ceramica a vetrina pesante. Foto da elearning2.uniroma1

Bibliografia.

N. Cuomo di Caprio, Ceramica in archeologia vol. 2. Antiche tecniche di lavorazione e moderni metodi di indagine, L’Erma di Bretschneider 2007, pp. 387-389, 393-406

C. Guerrini – L. Mancini, La ceramica di età romana, in Introduzione allo studio della ceramica in archeologia, Università degli Studi di Siena, Siena 2007, p. 210-211